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Personale

Intima – il bianco è la forma, il rosso l’urgenza

Corso Vittorio Emanuele, 38, Martina Franca · 1 maggio – 7 giugno 2026

C’è un gesto che attraversa tutto il lavoro di Giordano Santoro e che lo tiene insieme come un filo teso sotto la pelle: la costruzione di contenitori che non chiudono.

Ovuli che lasciano filtrare luce, sfere che respirano, urne che liberano ricordi nuovi, bende che non pretendono di guarire, corazze attraversate da spiragli. Le sue sculture sono gusci che si aprono nel punto esatto in cui dovrebbero sigillarsi, ed è proprio in quella fessura, in quello scarto tra forma e apertura, che il suo lavoro accade.

Il materiale elettivo è la garza gessata: tessuto che si fa pietra, pelle che conserva la memoria del corpo che ha fasciato. Un medium ambiguo, che cura e imprigiona insieme, che protegge ciò che rivela. Nelle sue mani diventa linguaggio, non illustrazione di un pensiero, ma pensiero incarnato nella materia. Ogni opera porta dentro di sé il gesto che l’ha fatta nascere, come una ferita che conserva il ricordo della lama.

Su questo bianco calcareo, pulsa il rosso. Quasi sempre localizzato: un cuore, un bacio, una traccia, un nucleo sanguigno, il rosso non è mai decorazione ma evento. È ciò che nel bianco si rifiuta di essere silenzio, ciò che affiora nonostante la corazza. In una sola stanza, quella dei Compossibili, il rosso rovescia la propria logica e diventa ambiente: luce monocromatica che annulla le distinzioni, assorbe il visitatore nell’opera, lo rende partecipe della condizione stessa che le forme dichiarano. È il centro pulsante della mostra, il momento in cui il rosso smette di essere dettaglio e diventa mondo.

Il percorso espositivo si dispiega nelle stanze di una casa storica di Martina Franca, non abitata da tempo. Non è una cornice neutra: è un corpo in dialogo con altri corpi. Le pareti scarne, la patina dell’abbandono, il silenzio domestico che conservano, si accordano naturalmente con opere che parlano di memoria, di fragilità, di custodia. A ciascuna stanza è affidato un paesaggio sonoro, vibrazioni pensate per incontrare il visitatore nel corpo prima che nell’occhio, accordandolo alla frequenza di ciò che ha davanti.

Il tema profondo di Intima è la compossibilità degli opposti. Non la loro sintesi, che sarebbe rassicurante e falsa, ma la loro coesistenza necessaria. La ferita e la cura sono lo stesso gesto. La violenza abita la tavola serena. Il ricordo che si svuota genera emozione nuova, primordiale. La perfezione non è un altrove irraggiungibile ma affiora a isole, dentro l’imperfezione. L’individualità non splende da sola, ma solo nella comunità di una condizione condivisa.

Il titolo, una sola parola, femminile, dichiara la qualità dell’esperienza proposta. Intima come aggettivo: ciò che sta più dentro, ciò che appartiene al nucleo. Ma anche intima come verbo: la mostra intima al visitatore di fermarsi, di entrare piano, di accettare di essere attraversato. Non è un invito cortese, è una chiamata. Una casa che si apre per poche ore, nove opere che non spiegano ma chiedono di essere abitate, un rosso che pulsa sotto il bianco e uno spettatore che, forse, uscendo, si accorgerà di aver visitato non una mostra, ma una stanza di se stesso.

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